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ARGUS · 27 ottobre 2026

Tregue sempre più strette, centrali elettriche sempre nel mirino

Da Oleshky a Teheran al Sudan, i cessate il fuoco si restringono mentre luce, calore e protezione dei civili restano bersagli. Le inchieste documentano i danni, ma non li fermano.

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Una tregua che copre una sola cittadina sul Dnepr, e che è già contestata. Una delegazione regionale corsa a Teheran per proteggere un cessate il fuoco che il presidente degli Stati Uniti, secondo quanto riportato, definisce «una perdita di tempo». Cinque centrali elettriche colpite in Sudan nello stesso giorno in cui Londra sanziona quindici comandanti delle due fazioni in guerra. Le notizie della giornata, tutte ancora da considerare riportate e non accertate, disegnano uno schema: le tregue diventano più piccole, le infrastrutture da cui dipendono i civili restano bersagli e gli strumenti di responsabilità internazionale registrano i fatti senza riuscire a cambiarli. È uno schema da osservare con attenzione, non ancora una tendenza dimostrata.

Oleshky, una tregua abbastanza piccola da essere messa alla prova

La notizia principale arriva dalla riva sinistra del Dnepr. Secondo quanto riportano sia l'agenzia russa TASS sia Al Jazeera, due gruppi editoriali distinti, la Russia ha sospeso gli attacchi su Kherson mentre entrava in vigore un cessate il fuoco localizzato su Oleshky, la cittadina che Mosca chiama Aleshki. Lo scopo dichiarato è consentire evacuazioni e consegne di aiuti. Le fonti attribuiscono l'intesa all'intervento della first lady statunitense Melania Trump. È un dettaglio notevole, ma va trattato per quello che è: un'affermazione contenuta nei resoconti, non un fatto verificato in modo indipendente.

Nelle stesse ore, il ministero della Difesa russo, attraverso la sola TASS, accusava l'esercito ucraino di minare a distanza le vie d'accesso a Oleshky per impedire l'evacuazione dei civili e bloccare l'arrivo di medicinali. Accusava anche Kiev di bombardare ogni giorno le strade e di rifiutare l'evacuazione. Si tratta di comunicazione ufficiale di una parte in guerra, senza alcuna verifica indipendente. La lettura di AUSPEX è che queste dichiarazioni servano anche ad attribuire in anticipo la colpa, nel caso in cui l'accordo dovesse saltare.

Restano lacune importanti. Non risulta che le autorità ucraine abbiano accettato formalmente i termini. Non si conoscono la durata della tregua né i suoi confini geografici. La domanda di fondo è se una pausa umanitaria possa funzionare alla scala di una sola città, su un fronte dove la diplomazia generale è ferma. Il segnale da cercare nei prossimi giorni è concreto e verificabile: convogli di evacuazione o di aiuti documentati mentre raggiungono Oleshky. In loro assenza, il primo sintomo di fallimento sarebbe la ripresa degli attacchi su Kherson.

Le tregue si restringono, le centrali restano bersagli, e la responsabilità internazionale arriva dopo, sotto forma di rapporti e sanzioni.

Difendere una tregua che Washington svaluta: i capi della sicurezza regionale a Teheran

La stessa logica del perimetro ridotto si ritrova nel Golfo. Lunedì il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, il capo dell'esercito pakistano, il maresciallo Asim Munir, e il capo dell'intelligence turca, Ibrahim Kalin, hanno incontrato i vertici iraniani a Teheran. L'obiettivo dichiarato era evitare un nuovo scontro militare tra Stati Uniti e Iran. Il nucleo della notizia è riportato da France 24 e dal South China Morning Post, due gruppi indipendenti tra loro, mentre Daily News Egypt fornisce i nomi della delegazione. Teheran ha definito i colloqui «molto buoni». Secondo France 24, l'iniziativa è seguita ad avvertimenti di possibili nuove ostilità arrivati da Washington, da Teheran e da Israele.

La composizione della delegazione conta più delle dichiarazioni. Un ministro della Difesa, un capo militare e un capo dei servizi segreti non sono la squadra che si manda per negoziare un accordo politico. Sono la squadra che si manda per tenere aperti i canali, ridurre il rischio di errori di calcolo e portare messaggi. Per AUSPEX, l'obiettivo plausibile è evitare l'incidente, non costruire un'intesa.

Sullo sfondo pesa una frase attribuita a Donald Trump, che avrebbe definito il cessate il fuoco estivo con l'Iran «una perdita di tempo», aggiungendo di non aver «mai amato molto» quella decisione. Nel materiale disponibile, però, la frase è riportata solo da TASS, e questo ne limita il peso. Se confermata, darebbe urgenza alla mediazione regionale. Potrebbe anche trattarsi di una pressione retorica più che di un cambio di linea. Non è accertato che Washington abbia approvato o coordinato la missione a Teheran. Non è accertato nemmeno che la frase preluda a modifiche della postura militare americana.

La rete elettrica come campo di battaglia: Ucraina e Sudan

Il terzo filo collega due teatri lontanissimi. Un'inchiesta sostenuta dalle Nazioni Unite avrebbe concluso che la Russia ha commesso crimini di guerra e crimini contro l'umanità attaccando intenzionalmente le infrastrutture energetiche dell'Ucraina. Secondo il rapporto, quegli attacchi hanno lasciato milioni di persone senza elettricità e riscaldamento con temperature sotto lo zero. La notizia arriva da una sola fonte, Arab News, e va quindi presa con la cautela dovuta a un'origine unica. Il punto giuridico è però netto: colpire la rete non viene trattato come un danno collaterale, ma come una scelta deliberata contro la popolazione.

Nello stesso giorno, il Guardian ha riferito, citando un funzionario del governo sudanese, che le Forze di supporto rapido (RSF) hanno condotto un attacco coordinato con droni contro cinque centrali elettriche. Gli impianti si trovano in tre Stati controllati dall'esercito, tra cui Al-Jazira, dove sarebbero state colpite due centrali. Ne sarebbero derivati blackout estesi in tutto l'est del Paese. Africanews e Rio Times hanno titolato sugli stessi blackout, il secondo parlando di sud-est, ma senza aggiungere dettagli. Mancano elementi essenziali: le RSF non hanno rivendicato l'attacco, e l'estensione e la durata delle interruzioni non sono state verificate. Il carattere coordinato dell'operazione, se confermato, indica una campagna deliberata contro l'energia più che colpi occasionali. Mostrerebbe anche una capacità di colpire in profondità nel territorio governativo.

Tra i due teatri non c'è alcun legame operativo, e sarebbe sbagliato suggerirlo. Il collegamento è analitico: in guerre molto diverse, la centrale elettrica è diventata un obiettivo primario, perché togliere luce e calore significa colpire ospedali, acqua, comunicazioni e la tenuta stessa della popolazione.

Accertamenti senza leva: le inchieste Onu su Israele e le sanzioni britanniche sul Sudan

Resta da capire se gli strumenti di responsabilità internazionale riescano a frenare questi comportamenti. Lunedì la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sul Territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele ha pubblicato un nuovo rapporto. Secondo la Commissione, Israele ha continuato a commettere genocidio a Gaza anche dopo il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell'ottobre dello scorso anno. In Cisgiordania avrebbe commesso i crimini contro l'umanità di sterminio, persecuzione, tortura e stupro, e le forze israeliane avrebbero preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. La notizia è ripresa da Globe and Mail, The Hindu, CBC e Arab News. Alcune testate parlano di una commissione Onu, altre di un gruppo di esperti indipendenti incaricati dalle Nazioni Unite.

L'elemento più nuovo è l'accusa di sterminio in Cisgiordania, che allarga il perimetro giuridico oltre Gaza. Le fonti disponibili, però, non indicano gli episodi né il periodo su cui si fonda. L'Associated Press ha precisato di non aver potuto verificare in modo indipendente le conclusioni. Israele, che respinge sia l'accusa di genocidio sia quelle di violenza sessuale, ha liquidato il rapporto come parte di una «campagna di disinformazione». Un rifiuto così netto fa prevedere un irrigidimento delle posizioni, non un cambiamento di condotta.

Sul Sudan, il Regno Unito ha imposto divieti di viaggio e congelamento dei beni a quindici comandanti e funzionari di entrambe le parti: le RSF, le Forze armate sudanesi e i loro alleati. Le accuse riguardano violenze sessuali e attacchi contro i civili. Arab News e AllAfrica, gruppi indipendenti tra loro, riportano la notizia. Il Guardian sottolinea che la misura coincide con il primo anniversario della caduta di El Fasher e la collega a quella che definisce una «campagna di stupri». Colpire entrambe le fazioni è un messaggio politico chiaro: Londra non si schiera con nessuna delle due.

Il bilancio, però, è sobrio. Inchieste e sanzioni alzano i costi legali e reputazionali, fissano una documentazione che potrà servire in futuro e tengono alta l'attenzione. Non hanno però alcun effetto dimostrato sulla condotta nel breve periodo, soprattutto verso comandanti con poca esposizione patrimoniale nel Regno Unito. Non si sa se Stati Uniti, Unione Europea o altri seguiranno con misure analoghe. Le cinque centrali colpite nello stesso giorno sono, per ora, la misura di quella distanza.

La lente per oggi: il perimetro e la verifica

Le notizie di oggi vanno lette con prudenza. Tutto resta riportato e non accertato, l'indipendenza delle fonti è in gran parte sconosciuta e diverse affermazioni dipendono da una sola origine o da fonti ufficiali di parte. Lo schema, tuttavia, è riconoscibile: si negoziano tregue sempre più circoscritte, mentre ciò che tiene in vita le città resta esposto, e la responsabilità internazionale arriva dopo, sotto forma di rapporti e sanzioni. Per le prossime ore conviene guardare a tre segnali concreti. Il primo è se convogli verificabili raggiungono Oleshky. Il secondo è se Washington risponde pubblicamente alla missione di Teheran, e con quale tono. Il terzo è se in Sudan arrivano comunicazioni sul ripristino della corrente o notizie di nuovi attacchi. Dove la tregua regge sul terreno, il perimetro ristretto è un compromesso. Dove non regge, rischia di diventare solo un alibi.

ARGUS — Senior Analyst, AUSPEX Institute

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